jonis bascir, il jazz è morto?

 

Jonis Bascir , Il jazz e morto? Ipotesi per una musica nuova, Arcana Edizioni 2024

Jazz e neologismi del futuro

Il Jazz è morto? Questione apparentemente aperta, in realtà no. Senza voler troppo ricorrere alla nota “Conservazione della Massa” enunciata dal postulato di Lavoisier secondo la quale «Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma», sono dell’opinione che qualunque fenomeno artistico abbia la necessità, decentrandosi da aspetti quantitativi, di dimostrare che Nulla può divenire Nulla ed è naturale che Nascita e Separazione siano momenti essenziali della Crescita, come del resto già osservavano nel V secolo Avanti Cristo Anassagora e Democrito.

Dunque: questione già risolta fin dall’enunciato? Non del tutto, perché quando il Fenomeno tende ad attenuarsi in molti si chiedono se non sia giunto il momento che si avvicini la Scomparsa, interrogativo lecito non solo in campo musicale. Ma potremmo mai pensare che le Fughe di Bach o le Sonate di Mozart siano rimaste solo negli anni nei quali sono state composte? Certamente no, e nel Jazz lo hanno confermato Keith Jarrett, Bill Evans, Miles Davis, John Lewis, e altre decine di protagonisti del Cool o del Contemporary. Non credo ci sia urgenza di proporre altri esempi, basta far caso ai migliori album ECM, alla nuova scuola newyorkese, al post-naturalismo scandinavo tra anni 90 e Duemila ed alle Blue Notes di casa nostra, tra le più convincenti.

Premesso l’enunciato, appare abbastanza chiaro che il Jazz sia da tempo entrato in una Conservazione (appunto) che però talora, e per fortuna, ha esigenza di tentare il Nuovo, certamente con esiti più o meno convincenti, circa i quali non possiamo non riconoscere il desiderio di tentare se non la Sostituzione almeno la Variazione quale base di una Trasformazione che possiamo intendere come Reagente al dejà ècoutè: altrimenti di quale Arte si potrebbe parlare come specchio del mondo? E’ giusto che si rifletta e si ponderi ogni nuova soluzione, si provi ciò che non sembra corrispondente alle passate fenomenologie, costi quel che costi. Per questo motivo credo normale che il Nuovo possa non coinvolgere o non piacere, e che molti, giunti allo scoramento, richiamino le memorie del Mainstream e fermino la propria collezione discografica ai grandi Classici, alla “Storia storica” dei momenti clou, da Parker a Coltrane, da Ellington a Basie, da Davis a Evans, da Monk a Mingus.

Appurata la grandezza di quegli eccezionali segni, cosa resta del Jazz d’Oggi? Direi che la risposta appare fin troppo ovvia, e poi basterà attendere quel Momento nel quale sicuramente giungeranno Coordinatori di Idee che sapranno districare gli inevitabili nodi scorsoi del Nuovo per tradurli in Significati musicali Diversi, ben sapendo quanto il Diverso possa scioccare e straniare. Del resto sottotitolo del libro è “Ipotesi per una musica nuova”, più che sufficiente a chiarire le intenzioni dell’Autore e quelle degli artisti intervistati.

Personalmente non ho dubbi, tantomeno ne hanno i maître à penser italiani chiamati in causa da Jonis Bascir, autorevoli e molto chiari nelle loro  convinzioni (tra loro Fabrizio Bosso, Paolo Fresu, Renzo Arbore, Enrico Rava, Enrico Pieranunzi, Danilo Rea, Stefano Di Battista, Paolo Damiani) i cui Enunciati intendono dar voce a chi ha coraggio, buon gusto e preparazione.

Un bel lavoro questo del noto Attore-Musicista che con solo quattro essenziali domande, coram populo e passione alla mano, suggerisce il dibattito e propone l’unica arbitrarietà possibile: quegli stralci di Futuro che tutti attendiamo e che, a ben ascoltare, già giungono nell’Oggi.           

Fabrizio Ciccarelli

Jonis Bascir , Il jazz e morto? Ipotesi per una musica nuova, Arcana Edizioni, pp 255, € 17,50

 

 

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